Burning Margate

Sono appena tornato da un weekend a Margate, nel Kent. Se dovessero chiedermi a cosa assomiglia la città direi a una strana installazione artistica a metà strada tra Dismaland di Banksy e il suburbio di Time Out of Joint di Philip Dick nel momento in cui Reagle Gumm ha cominciato a capire che si tratta di una messinscena: è difficile pensare che non ci sia una qualche forma di critica intenzionale nella decisione di costruire un edificio come Arlington House, il cui aspetto doveva essere distopico anche nell’anno in cui era stato completato, il 1964, proprio a fianco di un grande parco divertimenti vittoriano come Dreamland — per giunta non in una periferia dimenticata ma nel pieno centro di una città costiera che fino alla metà del Novecento era tra le mete turistiche più ambite del sudest inglese. Invece a quanto pare l’ironia è del tutto involontaria, e oggi due slogan confliggono tra loro a pochi metri di distanza: “Block Brexit” composto in lettere cubitali nelle finestre della torre e “Dreamland Welcomes You” in rosso sbiadito su bianco sporco. Anello di congiunzione tra questi due incubi della modernità è la tettoia dove, nel 1921, un T.S. Eliot insonne e reduce da un crollo nervoso aveva scritto parti di The Waste Land, magari — ma qui immagino io — il finale della terza stanza che recita “burning burning burning burning”.

Forse è stato proprio questo involontario carattere di performance a far sì che Margate si sia rilanciata recentemente come città d’arte dopo l’apertura nel 2011 del Turner Contemporary: ora i locali del suo piccolo porto sono popolati da ragazzi dal look metrosexual slash punk slash eroin chic che accomuna gli ambienti artistici dell’Occidente, e nella Old Town si mangia bene, a poco e con una scelta ampia di prodotti per vegetariani, vegani e celiaci — altro segno che c’è un’economia nuova che sta nascendo tra le macerie di quella vecchia. E tuttavia questa popolazione arty non basta a privare il luogo di uno squallore profondo, in parte riflesso dalle vertiginose maree che ogni giorno espongono per decine di metri il fondale marino, lasciandosi dietro alghe che marciscono sotto il sole e meduse agonizzanti, e che reagisce in una maniera sottilmente inquietante con i castelli gonfiabili montati sulla spiaggia, le enormi sale gioco e una tutta una vita da riviera per immigrati e sottoproletari.

Fiction per fiction, performance per performance, è interessante che anche la più peculiare attrazione turistica della città, lo Shell Grotto, abbia tutto il carattere di una truffa meravigliosa: questa cappella sotterranea scavata nel gesso e interamente ricoperta di conchiglie, a metà strada tra la stravanganza dandy e la chiesa pagana, non compare in nessuna testimonianza precedente al 1835, quando un articolo sulla Kentish Gazette aveva annunciato casualmente l’apertura di una nuova attrazione turistica a Margate. Al di là di teorie che comprendono il simbolismo romano e i templari, dello Shell Grotto non si sa niente: chi l’abbia costruito, quando o a che scopo. Fuori dal piccolo museo che lo ospita, in un giorno di luglio caldo in maniera innaturale, invece c’è il contrario della fiction, una realtà di quieto degrado dove ragazzi in tuta fanno la spola tra case fatiscienti e un piccolo off-licence per comprare birra, mentre da qualche parte arriva, suonata a un volume che sembra impossibile, Missing degli Everything But the Girl.

Esiste una letteratura italiana all’estero?

[Nella fotografia: Italo Calvino nella sua casa di Parigi]

In un periodo in cui si parla molto di “classe disagiata”, dal titolo di un fortunato pamphlet di Raffaele Alberto Ventura (Teoria della classe disagiata, minimum fax), c’è una classe più disagiata delle altre: quella degli scrittori italiani che vivono all’estero.

Non mi riferisco ai privilegiati che fanno parte della scena di New York o di Londra ma che sono basati a Roma o Milano (per una disamina della categoria leggetevi Class di Francesco Pacifico), e nemmeno a quel gruppo ancora più ristretto di veri globetrotter, dandy dell’epoca degli sconti sulle miglia aeree che un giorno postano su Facebook una foto del Prada Marfa con una citazione di Ben Lerner, la mattina dopo presenziano a un vernissage d’arte contemporanea a Parigi e la sera discutono con Geoff Dyer in un salotto letterario di Torino.

Mi riferisco a quelle persone che per una ragione o per l’altra hanno dovuto lasciare l’Italia per trasferirsi all’estero e sono anche scrittori o, se esistono, a quegli scrittori che hanno lasciato l’Italia apposta per scrivere. Non sono una “classe” vera e propria – se non forse nel senso di una tassonomia letteraria – ma sicuramente vivono una forma di disagio: quella di scrivere in una lingua che non è quella del paese in cui abitano, per un pubblico che incontrano solo raramente e pagati da meccanismi editoriali le cui dinamiche, se vivi all’estero abbastanza a lungo, cominciano a sembrare esoteriche.

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Festival of Italian Literature in London

Il weekend del 21 e 22 ottobre al Coronet Cinema di Notting Hill, qui a Londra, si terrà il Festival of Italian Literature in London (FILL), che ho collaborato a organizzare con alcuni colleghi e amici tra cui Marco Mancassola, Claudia Durastanti e Marco Magini e grazie al supporto dell’Istituto di Cultura, del Salone del Libro di Torino e della Scuola Holden.

Il festival è una due giorni di dibattiti tra scrittori, accademici e artisti italiani, britannici e internazionali sui temi che ci stanno più a cuore come londinesi acquisiti e come espatriati italiani in tempi di Brexit: si parlerà di politica e di migrazioni, del futuro di Londra e di storytelling con un gran numero di ospiti tra cui Christian Raimo, Iain Sinclair, Melania Mazzucco, Olivia Laing, Giancarlo De Cataldo, Valerio Mattioli e Sara Taylor. L’evento conclusivo avrà come ospite Zerocalcare.

Potete trovare il programma completo sul nostro sito e sul sito del Coronet. Per maggiori informazioni, invece, potete seguire il FILL su Facebook e su Twitter. Come ultima cosa potete scaricare il poster allegato qui sotto e diffonderlo tra amici e parenti (o anche appendervelo in camera da letto).

Per informazioni e comunicato stampa non esitate a contattarmi (mail nella sezione Contatti del sito).

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La città del risentimento

Ho firmato a quattro mani, insieme a Claudia Durastanti, un lungo articolo sulla Londra contemporanea, dal collasso di Ronan Point nel 1968 all’incendio di Grenfell Tower del giugno scorso: parliamo di J.G. Ballard e Stanley Kubrick, di utopia e distopia, di grattacieli e dighe, di malinconia di sinistra, Jeremy Corbyn e accelerazionismo.

L’articolo è nato da una lunga passeggiata che abbiamo fatto a est di Greenwich qualche settimana fa insieme a Laura Lavorato, a cui va il merito per la maggior parte delle foto.

Potete leggere l’articolo sul sito di The Catcher.

Lasciare i luoghi

Qualche settimana fa ho lasciato il quartiere nel nordest londinese dove ho vissuto due anni per spostarmi a sud del fiume. A Londra ho cambiato quattro case in quattro anni: un anno nella prima, un anno nella seconda, due anni nella terza – e qui siamo appena arrivati e speriamo di rimanerci un bel po’.

A Londra ogni luogo lasciato è un luogo parzialmente perduto: la città è troppo grande per permettere ritorni troppo frequenti nei luoghi del passato, ma il fatto che si tratti pur sempre della stessa città consente di lasciarsi dietro questo passato con una relativa leggerezza. Soprattutto a Londra le cose cambiano troppo in fretta perché un luogo possa essere davvero tuo. Troppa gente ci è passata prima di te, troppa ce ne passerà dopo, e l’incessante ritmo a cui la città si trasforma farà comunque a pezzi quello che hai conosciuto e lo rimonterà secondo logiche che non puoi immaginare. Stupisce al massimo come il genius loci riesca a rimanere invariato negli anni e nei secoli: come ad esempio Whitechapel sia ancora l’East End violento di Joseph Merrick sotto i vari strati di sviluppo urbano, immigrazione bangladese, gentrificazione eccetera.

L’effetto di questa trasformazione incessante (e della mobilità che ne consegue, o da cui deriva) è che in ogni quartiere si finisce per legarsi ai particolari allo stesso modo in cui ci si lega all’esperienza di un viaggio attraverso l’album di fotografie che hai scattato mentre vivevi quell’esperienza: la relazione con il luogo si instaura attraverso frammenti di senso strappati al caos, in maniera radicalmente asistematica, non esaustiva.

Così ogni luogo che ho lasciato in questi quattro anni è per me una piccola collezione di frammenti che sommati definiscono la mia esperienza di Londra – affetti che emergono dal buio indistinto come punti contrassegnati sulla mappa.

Di Southfields è rimasto Wimbledon Park d’inverno, a mesi dall’arrivo delle folle per il torneo di tennis, quando andavo a farci jogging e immancabilmente, correndo intorno allo stagno pieno di oche canadesi, pensavo a Salinger e alle anatre di Central Park; è rimasto il grande tempio buddista thailandese di Wimbledon, l’AELTC visto da fuori durante le passeggiate domenicali (lo Stadio di Wimbledon di Del Giudice), le cene nel terrazzo di una pizzeria italiana al secondo piano di un centro commerciale a Wandsworth.

Di Ealing sono rimasti i negozi di alimentari iraniani che per il nuovo anno persiano (nowruz), a marzo, riempivano vetrine e bancarelle sul marciapiede con bocce di pesci rossi, i riflessi scintillanti e dorati che le scaglie dei pesci gettavano sull’asfalto della strada; è rimasta una tavola calda polacca dove mangiare goulash e pierogi per pochi pound (il cuoco era quasi sordo e ti portava quasi sempre un piatto diverso da quello che avevi ordinato, ma lo accettavi di buon grado perché era tutto ottimo); la camminata sul Grand Union Canal, con i suoi viadotti ottocenteschi oggi abbandonati, che è diventata un luogo macabro dopo l’omicidio di Alice Gross.

Di Harringay, tra tutti il luogo dove tornerò più spesso (perché ci sono più ragioni per andarci, perché è più vicino al centro, perché ci ho lasciato anche degli amici oltre che delle strade e dei parchi e dei ristoranti) rimane l’attività incessante dei ristoranti turchi dove dio sa quante volte abbiamo mangiato a ore impossibili perché arrivavamo tardi con l’aereo da Milano o da un concerto; Clissold Park, con la sua cupola geodetica piena di farfalle e la sfilata di ebrei ultraortodossi che attraversavano il parco per scomparire nelle loro enormi case a Stamford Hill (noi invece andavamo a Stoke Newington a cena); le colline di Crouch End sulle quali camminavo la sera, d’inverno, dopo essere andato a meditare a un meetup diretto da un ex soldato in un ex centro per le arti ora parzialmente dismesso.

Arrivo in un nuovo quartiere, come adesso, e comincio subito a fare l’inventario delle cose a cui finirò per affezionarmi, per fare mie e un giorno per ricordare. Contrariamente a quello che può sembrare i tre momenti non sono separati nel tempo, ma sovrapposti. Come scriveva Basho:

Anche a Kyoto

Sentendo cantare il cuculo

Ho nostalgia di Kyoto.

(Photo: CC by Nico Hogg)

Viaggio a Kiruna

Ci sono due modi per arrivare a Kiruna. Il primo è prendere un aereo dall’aeroporto Arlanda di Stoccolma. Il volo dura poco più di un’ora, potete fare colazione in una grande città europea e digerirla in 145 chilometri dentro il circolo polare artico. Il secondo modo è quello di salire su un treno notturno alla stazione centrale della capitale svedese, sedervi accanto al finestrino e guardare fuori. Quello che vedrete, appena superata Uppsala, saranno foreste di Pinus contorta, il particolare tipo di conifera che ricopre quasi interamente la superficie della Svezia, continuamente interrotte da laghi piccoli come pozzanghere e laghi grandi come mari. Il sole tramonterà su questo panorama, verrà una notte breve. All’alba ci saranno altri pini e altri laghi, a perdita d’occhio.

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