Kim Stanley Robinson, le eteropie e gli iperoggetti su Philofophy Kitchen

L’ultimo numero di Philosophy Kitchen è dedicato al bellissimo tema filosofia e fantascienza. Tra gli altri interessanti interventi, ospita un mio contributo dal titolo Mondi dentro mondi. Eterotopie e iperoggetti nella narrativa di Kim Stanley Robinson, che potete leggere cliccando sul link.

Amatka di Karin Tidbeck

Safarà Editore ha da poco pubblicato in Italia Amatka di Karin Tidbeck, una delle scrittrici selezionate da Jeff VanderMeer per l’antologia Le visionarie. Il libro oscilla tra weirdness e surrealismo, e si tratta di un buon esordio con bellissime atmosfere e un finale – purtroppo – un po’ deludente. Ne ho scritto per Il Tascabile.

The Weird and the Eerie di Mark Fisher

Ho avuto il piacere e l’onore di scrivere la postfazione per l’ultimo libro di Mark Fisher, pubblicato recentemente da minimum fax. The Weird and the Eerie è stato il libro con cui sono entrato in contatto con Fisher, indubbiamente uno dei critici culturali più importanti del presente, ed è forse quello che mi ha lasciato di più: un lavoro fondamentale, credo, che inizia un discorso ancora tutto da esplorare sulla speculative fiction in questi nostri tempi strani. La traduzione, eccellente per un libro difficilissimo da tradurre, è di Vincenzo Perna.

Potete acquistare il libro sul sito di minimum fax.

Manhattan Beach di Jennifer Egan

Al centro di ogni romanzo di Jennifer Egan c’è un luogo scuro e intimo che deve essere protetto dallo sguardo del mondo esterno. In Invisible Circus, il libro con cui la scrittrice di Chicago ha esordito nel 1994, questo luogo è il segreto della morte di Faith O’Connor, che la sorella Phoebe cerca di svelare attraversando l’Europa alla fine degli anni Settanta; in Guardami (2001) è il mondo nascosto che la modella Charlotte scopre quando un incidente automobilistico la sfigura, privandola della propria immagine pubblica: dopo l’incidente Charlotte sarà in grado di vedere la “personalità ombra” di coloro che la circondano, e di smascherare l’orrore, la rabbia e la disperazione che si nascondono sotto l’apparenza scintillante del suo mondo consacrato alla bellezza e al successo; ne La fortezza (2006), una riflessione postmoderna sul potere dello storytelling in un’epoca iperconnessa, è il luogo in cui le parole smettono di significare e le storie si esauriscono, e coincide nel racconto con i sotterranei dove “i tesori sarebbero stati nascosti se il castello fosse stato invaso”. Infine ne Il tempo è un bastardo, il romanzo vincitore del Premio Pulitzer nel 2010, questa oscurità è incarnata da un personaggio, Rolph, che si suicida prima di diventare adulto perché incapace di sfuggire all’assoluta purezza del proprio corpo “privo di segno”. Dal 2010 Egan ha pubblicato solo un racconto breve, Scatola nera, uno spin-off del libro che l’aveva preceduto.

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Intervista a David Szalay

Ho scoperto David Szalay nel settembre del 2016, quando il suo quarto libro è stato candidato un po’ a sorpresa al Man Booker Prize. A colpirmi era stato il titolo, All that a man is, che prometteva di esplorare un argomento di fondamentale importanza eppure ancora incredibilmente trascurato: quello dell’identità maschile in un periodo – e con “periodo” intendo tutto il Novecento – in cui i rapporti tra generi sono stati soggetti a cambiamenti radicali. Ho comprato il libro in inglese e non l’ho letto, distratto da altro.

Un anno più tardi, il 5 ottobre 2017, un articolo del New York Times faceva scoppiare il caso Harvey Weinstein. A novembre, dunque in tempi troppo stretti perché tra le due cose ci fosse una connessione diretta, Adelphi pubblicava la traduzione italiana (di Anna Rusconi) del libro di Szalay. A quel punto ho rispolverato la mia edizione inglese, l’ho letta e ho fatto una scoperta: Tutto quello che è un uomo è uno dei libri di narrativa anglosassone più belli tradotti in italiano nel 2017 e David Szalay è uno scrittore straordinario. Il libro – una raccolta di storie che seguono nove protagonisti maschili in diverse fasi della vita, dall’adolescenza alla vecchiaia – è una meravigliosa riflessione sul passare del tempo e sulla sostanza di cui è fatta l’esistenza, e lo stile di Szalay (classe 1974) è ipnotico, di quelli che ti legano a un libro dall’inizio alla fine. Abbiamo fatto una chiacchierata.

Leggi l’intervista su Esquire Italia.