Abitare

Consiglio la lettura di due bei libri pubblicati di recente da Nottetempo, In territorio selvaggio di Laura Pugno e Le case che siamo di Luca Molinari. Entrambi i libri (il primo partendo dal romanzo, il secondo dalla casa) riflettono su come cambia il nostro modo di abitare (la parola nel primo caso, gli spazi domestici nel secondo).

Due interviste sul weird

Nell’arco di pochi giorni sono stato intervistato due volte sul tema dello strano a partire da The Werid and the Eerie. Nella prima intervista, con Marco Montanaro per minima&moralia, si spazia da Geoff Dyer all’accelerazionismo e da Borges a Matteo Salvini; nella seconda, con Massimo Castiglioni per Dude Mag, discutiamo invece di immaginario fantastico, distopia e weird italiano.

Burning Margate

Sono appena tornato da un weekend a Margate, nel Kent. Se dovessero chiedermi a cosa assomiglia la città direi a una strana installazione artistica a metà strada tra Dismaland di Banksy e il suburbio di Time Out of Joint di Philip Dick nel momento in cui Reagle Gumm ha cominciato a capire che si tratta di una messinscena: è difficile pensare che non ci sia una qualche forma di critica intenzionale nella decisione di costruire un edificio come Arlington House, il cui aspetto doveva essere distopico anche nell’anno in cui era stato completato, il 1964, proprio a fianco di un grande parco divertimenti vittoriano come Dreamland — per giunta non in una periferia dimenticata ma nel pieno centro di una città costiera che fino alla metà del Novecento era tra le mete turistiche più ambite del sudest inglese. Invece a quanto pare l’ironia è del tutto involontaria, e oggi due slogan confliggono tra loro a pochi metri di distanza: “Block Brexit” composto in lettere cubitali nelle finestre della torre e “Dreamland Welcomes You” in rosso sbiadito su bianco sporco. Anello di congiunzione tra questi due incubi della modernità è la tettoia dove, nel 1921, un T.S. Eliot insonne e reduce da un crollo nervoso aveva scritto parti di The Waste Land, magari — ma qui immagino io — il finale della terza stanza che recita “burning burning burning burning”.

Forse è stato proprio questo involontario carattere di performance a far sì che Margate si sia rilanciata recentemente come città d’arte dopo l’apertura nel 2011 del Turner Contemporary: ora i locali del suo piccolo porto sono popolati da ragazzi dal look metrosexual slash punk slash eroin chic che accomuna gli ambienti artistici dell’Occidente, e nella Old Town si mangia bene, a poco e con una scelta ampia di prodotti per vegetariani, vegani e celiaci — altro segno che c’è un’economia nuova che sta nascendo tra le macerie di quella vecchia. E tuttavia questa popolazione arty non basta a privare il luogo di uno squallore profondo, in parte riflesso dalle vertiginose maree che ogni giorno espongono per decine di metri il fondale marino, lasciandosi dietro alghe che marciscono sotto il sole e meduse agonizzanti, e che reagisce in una maniera sottilmente inquietante con i castelli gonfiabili montati sulla spiaggia, le enormi sale gioco e una tutta una vita da riviera per immigrati e sottoproletari.

Fiction per fiction, performance per performance, è interessante che anche la più peculiare attrazione turistica della città, lo Shell Grotto, abbia tutto il carattere di una truffa meravigliosa: questa cappella sotterranea scavata nel gesso e interamente ricoperta di conchiglie, a metà strada tra la stravanganza dandy e la chiesa pagana, non compare in nessuna testimonianza precedente al 1835, quando un articolo sulla Kentish Gazette aveva annunciato casualmente l’apertura di una nuova attrazione turistica a Margate. Al di là di teorie che comprendono il simbolismo romano e i templari, dello Shell Grotto non si sa niente: chi l’abbia costruito, quando o a che scopo. Fuori dal piccolo museo che lo ospita, in un giorno di luglio caldo in maniera innaturale, invece c’è il contrario della fiction, una realtà di quieto degrado dove ragazzi in tuta fanno la spola tra case fatiscienti e un piccolo off-licence per comprare birra, mentre da qualche parte arriva, suonata a un volume che sembra impossibile, Missing degli Everything But the Girl.

I libri migliori libri (letti nel) 2016

Minima&moralia mi ha chiesto di partecipare alla lista dei libri dell’anno dei collaboratori: trovate il mio contributo (tra quello degli altri) qui. Per scendere nel dettaglio, come lo scorso anno faccio un elenco dei migliori libri che ho letto nel 2016, che ovviamente solo in parte sono stati pubblicati nel 2016. Vado per categorie, ma dico fin da subito che quest’anno la saggistica ha ampiamente prevalso sulla narrativa.

Natura

Il lungo articolo che ho scritto per Biancamano sul nature writing britannico è il frutto di (e ha comportato) parecchie letture su uno dei grandi temi di quest’anno – il cosiddetto antropocene o l’effetto dell’uomo sulla modificazione del panorama naturale e, dunque, anche sul concetto stesso di natura. L’anno è cominciato con la lettura di The invention of nature, la straordinaria biografia di Alexander Von Humboldt di Andrea Wolf di cui ho scritto per Studio. Ma la rivelazione da questo punto di vista è stata senza dubbio Hyperobjects: philosophy and ecology after the end of the world di Timothy Morton, uno di quei libri che ti cambiano le prospettive, come ho scritto su Prismo (devo ringraziare Valerio Mattioli per avermelo fatto conoscere). Molto belli anche i saggi di John McPhee raccolti in The control of nature, che ho letto durante la vacanza in Svezia e hanno influenzato parecchio il reportage da Kiruna scritto per Internazionale.

Filosofia

Sono anni entusiasmanti per la filosofia – come dice un proverbio cinese: “the curse of living in interesting times”. Oltre a Morton, menzionato sopra, una bella scoperta di quest’anno sono stati i libretti del filosofo coreano di stanza a Berlino Byung-Chul Han: La società della trasparenza e La società della stanchezza. Molto interessante nelle premesse, ma non particolarmente avvincente nello svolgimento, per me è stato Man and machines di Maurizio Lazzarato. Discorso quasi analogo per un pamphlet dal tono parzialmente satirico come Dark Deleuze di Andrew Culp (il titolo spiega il contenuto: se pensavate che Gilles Deleuze fosse un filosofo allegro pensateci di nuovo). Infine quest’anno è uscito l’ultimo Zizek, Trouble in paradise, che è Zizek al suo solito ma senza troppe sconcerie (a parte quella dei bambini coreani, ma questa ve la racconto un’altra volta): momenti molto belli, momenti molto deprimenti.

Personal essay

Ho finalmente letto Afghanistan picture show di Vollmann e ovviamente l’ho amato – c’erano pochi dubbi a riguardo. Come ho amato, e molto, l’ultima raccolta di saggi di Geoff Dyer, questa volta esplicitamente dedicata al viaggio, White sands. Ne ho parlato su Pixarthinking facendola dialogare a un altro bel saggio personale sullo stesso tema, Absolutely nothing di Giorgio Vasta. Altra rivelazione sono stati i saggi di Teju Cole Known and strange things, non perché fossero in dubbio i talenti dell’autore, senza dubbio una delle penne migliori in circolazione, ma perché ho trovato impressionante come riesca a parlare di tutto, dalla propria storia personale alla critica fotografica, mantenendo l’attenzione del lettore costantemente al 100%. Un altro libro che aspettavo di leggere da tempo era Libro d’ombra di Tanizaki: pensavo che l’avrei amato, e infatti l’ho amato. Per quel che riguarda la letteratura italiana, Vanni Santoni con Muro di casse offre una lettura molto interessante e uno sguardo personale sul tema dei free party (alla fine del libro ho cominciato a chiedermi “cosa ne è stato della controcultura?” e non ho ancora smesso di chiedermelo). Poi, siccome l’incontro con Sebald sembra arrivare tardi per tutti, ho letto Gli anelli di Saturno: inutile sottolineare che è (con Morton e Kermode, di cui parlo tra poco) il mio pentastellato dell’anno. Un altro tassello dimenticato e recuperato quest’anno è Tennis, Tv, trigonometria e tornado, di cui conoscevo solo due saggi. E vabbè, è Wallace.

Orrore

Tema difficile da trattare ma piuttosto inevitabile visto il casino di mondo nel quale ci siamo infilati, l’orrore è diventato un tema letterario e filosofico importante negli ultimi anni. Mi ci sono approcciato partendo da La cospirazione contro la razza umana di Thomas Ligotti, che non mi ha entusiasmato, in questo senso: funziona benissimo come saggio estetico e di storia della letteratura, come argomentazione filosofica ha molte falle (ne menziono solo una, il maschilismo: sarà un caso che nessuno degli autori che si auspicano l’estinzione della razza umana sia una donna?) Meglio, anche per via della prospettiva obliqua, un romanzo come The Loney di A. M. Hurley, una vera sorpresa che è finita nella mia mini-lista per minima&moralia e di cui ho scritto su Satisfiction. Siccome questo è stato anche l’anno in cui ho rivisto Twin Peaks dopo una prima volta alle tre di notte al programma di Ghezzi quando avevo 20 anni e fumavo ancora cannabis – be’, Lynch è stata un’illuminazione religiosa che ho seguito leggendo la bella analisi di David Wilson in The strange world of David Lynch. Infine ci tengo a menzionare Dalle rovine di Luciano Funetta, e anche a sottolineare il fatto che non l’avevo letto finora per via dell’ombra lunga di Bolano: naturalmente sbagliavo – è uno degli esordi italiani migliore che ho incontrato di recente e merita tutto il successo che ha ottenuto.

Critica letteraria

Ho detto che avrei parlato di Kermode e lo faccio qui: Il senso della fine è una delle analisi filosofico-letterarie più interessanti lette negli ultimi anni. Ne ho parlato diffusamente su Prismo. L’unico altro testo di critica letteraria propriamente detta che ho letto è Transmission and the individual remix di Tom McCarthy, sapevo cosa aspettarmi visto che conosco bene l’autore e quello ho trovato.

Antropologia

Che fine ha fatto l’antropologia culturale? Quali sono i suoi campi di ricerca contemporanei? Non lo so, ma ben due romanzi quest’anno mi hanno fatto porre la domanda. Il primo è Euforia di Lily King, un libro ispirato alla storia d’amore tra Margaret Mead e Gregory Bateson (l’euforia del titolo è quella della ricerca sul campo) e un romanzo molto bello. Il secondo è Satin Island ancora di McCarthy, che sarebbe anche lui un libro molto bello se fosse un saggio e non un romanzo.

Fantascienza

Un po’ di fantascienza la leggo sempre anche negli anni in cui leggo poca fantascienza, come questo. Devo menzionare tre romanzi. Il primo, che ha quasi raggiunto le cinque stelle, è Aurora di Kim Stanley Robinson, di cui ho parlato su Prismo nello stesso articolo in cui ho parlato di Morton. Il secondo sono i racconti di Ken Liu The paper menagerie and other stories: Ken Liu è uno scrittore di grandissimo successo nel mondo anglosassone e alcuni dei suoi racconti sono molto belli. Quelli migliori sono per me quelli meno convenzionali, dove la mitologia cinese si mescola a immaginari cyberpunk e ad atmosfere manga, mentre quelli intimisti, come quello che dà il titolo alla raccolta, mi sono piaciuti di meno. Terzo classificato è XXI secolo di Paolo Zardi, che è un libro ben scritto e toccante.

Città

Altro tema tradizionale a cui solitamente mi dedico molto e quest’anno ho frequentato di meno (ma faccio conto di rifarmi ampiamente nel 2017), sulla città quest’anno ho letto la bella raccolta di racconti urbani di Walter Benjamin, Immagini di città, un libro serissimo finchè non arriva la parte in cui Benjamin è sotto l’effetto dell’hashish a Marsiglia (lo menzionavo raccontando un traumatico ritorno a Torino su The Towner). E La vita segreta delle città, un pamphlet molto interessante dello scrittore indiano-statunitense Suketu Mehta su quello che le nostre metropoli stanno perdendo: ne parlerò a breve, quindi se il tema vi interessa rimanete sintonizzati. Un altro libro che per me ha a che vedere profondamente con il rapporto tra persone e luoghi è l’ultimo romanzo di Claudia Durastanti, bello come gli altri (e per certi versi di più), Cleopatra va in prigione – che potrebbe essere anche letto, oltre che come una storia d’amore e sopravvivenza, come un viaggio in una Roma parallela e sotterranea. 

(Nell’immagine: un illustrazione di Pino Sartorio ispirata al mio articolo su Kermode)

Lasciare i luoghi

Qualche settimana fa ho lasciato il quartiere nel nordest londinese dove ho vissuto due anni per spostarmi a sud del fiume. A Londra ho cambiato quattro case in quattro anni: un anno nella prima, un anno nella seconda, due anni nella terza – e qui siamo appena arrivati e speriamo di rimanerci un bel po’.

A Londra ogni luogo lasciato è un luogo parzialmente perduto: la città è troppo grande per permettere ritorni troppo frequenti nei luoghi del passato, ma il fatto che si tratti pur sempre della stessa città consente di lasciarsi dietro questo passato con una relativa leggerezza. Soprattutto a Londra le cose cambiano troppo in fretta perché un luogo possa essere davvero tuo. Troppa gente ci è passata prima di te, troppa ce ne passerà dopo, e l’incessante ritmo a cui la città si trasforma farà comunque a pezzi quello che hai conosciuto e lo rimonterà secondo logiche che non puoi immaginare. Stupisce al massimo come il genius loci riesca a rimanere invariato negli anni e nei secoli: come ad esempio Whitechapel sia ancora l’East End violento di Joseph Merrick sotto i vari strati di sviluppo urbano, immigrazione bangladese, gentrificazione eccetera.

L’effetto di questa trasformazione incessante (e della mobilità che ne consegue, o da cui deriva) è che in ogni quartiere si finisce per legarsi ai particolari allo stesso modo in cui ci si lega all’esperienza di un viaggio attraverso l’album di fotografie che hai scattato mentre vivevi quell’esperienza: la relazione con il luogo si instaura attraverso frammenti di senso strappati al caos, in maniera radicalmente asistematica, non esaustiva.

Così ogni luogo che ho lasciato in questi quattro anni è per me una piccola collezione di frammenti che sommati definiscono la mia esperienza di Londra – affetti che emergono dal buio indistinto come punti contrassegnati sulla mappa.

Di Southfields è rimasto Wimbledon Park d’inverno, a mesi dall’arrivo delle folle per il torneo di tennis, quando andavo a farci jogging e immancabilmente, correndo intorno allo stagno pieno di oche canadesi, pensavo a Salinger e alle anatre di Central Park; è rimasto il grande tempio buddista thailandese di Wimbledon, l’AELTC visto da fuori durante le passeggiate domenicali (lo Stadio di Wimbledon di Del Giudice), le cene nel terrazzo di una pizzeria italiana al secondo piano di un centro commerciale a Wandsworth.

Di Ealing sono rimasti i negozi di alimentari iraniani che per il nuovo anno persiano (nowruz), a marzo, riempivano vetrine e bancarelle sul marciapiede con bocce di pesci rossi, i riflessi scintillanti e dorati che le scaglie dei pesci gettavano sull’asfalto della strada; è rimasta una tavola calda polacca dove mangiare goulash e pierogi per pochi pound (il cuoco era quasi sordo e ti portava quasi sempre un piatto diverso da quello che avevi ordinato, ma lo accettavi di buon grado perché era tutto ottimo); la camminata sul Grand Union Canal, con i suoi viadotti ottocenteschi oggi abbandonati, che è diventata un luogo macabro dopo l’omicidio di Alice Gross.

Di Harringay, tra tutti il luogo dove tornerò più spesso (perché ci sono più ragioni per andarci, perché è più vicino al centro, perché ci ho lasciato anche degli amici oltre che delle strade e dei parchi e dei ristoranti) rimane l’attività incessante dei ristoranti turchi dove dio sa quante volte abbiamo mangiato a ore impossibili perché arrivavamo tardi con l’aereo da Milano o da un concerto; Clissold Park, con la sua cupola geodetica piena di farfalle e la sfilata di ebrei ultraortodossi che attraversavano il parco per scomparire nelle loro enormi case a Stamford Hill (noi invece andavamo a Stoke Newington a cena); le colline di Crouch End sulle quali camminavo la sera, d’inverno, dopo essere andato a meditare a un meetup diretto da un ex soldato in un ex centro per le arti ora parzialmente dismesso.

Arrivo in un nuovo quartiere, come adesso, e comincio subito a fare l’inventario delle cose a cui finirò per affezionarmi, per fare mie e un giorno per ricordare. Contrariamente a quello che può sembrare i tre momenti non sono separati nel tempo, ma sovrapposti. Come scriveva Basho:

Anche a Kyoto

Sentendo cantare il cuculo

Ho nostalgia di Kyoto.

(Photo: CC by Nico Hogg)